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Monarchianismo
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mwbaMonarchianismo (dal mwbqgreco μόνος - mwbgmónos, "unico" e ἀρχή - mwbwarché, "principio") era un movimento mwcateologico mwcqcristiano fiorito nel II e III secolo. Alla sua base stava l'unità del concetto di mwcgDio che, di conseguenza, comportava la negazione della mwcwTrinità e della natura divina di mwdaCristo.

La parola "Monarchiani" fu usata per la prima volta da mwdgTertulliano come nomignolo per i mwdwPatripassiani,cite-ref-1[1] ma veniva usata solo raramente dagli antichi. In tempi moderni il significato del termine è stato esteso, ed ora comprende: i mwfaMonarchiani modalisti, anche detti mwfqPatripassiani o mwfgSabelliani, e i mwfwMonarchiani dinamici, o mwgamwgqAdozionisti.

Contents

Storia
Note

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Monarchianismo dinamico

I cristiani professano, come dottrina fondamentale, l'unità (mwhqmonarchia) di Dio. I mwhgpatripassiani usarono questo principio per negare la Trinità e, per questa ragione, furono chiamati mwhwmonarchiani. Ma gli mwiaadozionisti o mwiqdinamici, non hanno diritto al titolo, perché non sono partiti dalla mwigmonarchia di Dio: il loro ragionamento era strettamente mwiwcristologico. Il loro antico nome era teodoziani poiché il fondatore della mwjasetta fu un conciatore di pelli di mwjqBisanzio chiamato mwjgTeodoto. Questi giunse a mwjwRoma sotto mwkapapa Vittore I (circa mwkq190-mwkg200). Egli insegnava (mwkwPhilosophumena, VII, XXXV) che Gesù era semplicemente un uomo (mwlapsilos anthropos) nato da una vergine, che visse come gli altri uomini, e che era molto pio tanto che, al suo mwlqbattesimo nel mwlgGiordano, il Cristo entrò in lui sotto forma di colomba. Da quel momento fu "adottato" come figlio di Dio. Per questo motivo Gesù non poté fare miracoli (mwlwdynameis) finché lo Spirito (che Teodoto chiamò Cristo) non discese su di lui. Essi non ammettevano che questo avvenimento facesse di lui Dio, ma alcuni di loro sostenevano che divenne Dio dopo la sua mwmarisurrezione. Si narra che Teodoto fosse stato catturato, insieme ad altri, a Bisanzio perché cristiano e che avesse negato Cristo, mentre i suoi compagni erano stati martirizzati. Dopo questi avvenimenti scappò a Roma, dove inventò l'eresia per giustificare la sua caduta e dove diceva che era solo un uomo e non Dio colui che aveva negato. Papa Vittore lo scomunicò, ed egli radunò una sua setta.

mwnaIppolito di Roma narrava che disputavano sulle mwnqSacre Scritture in forma mwngsillogistica. Ammiravano mwnwEuclide, mwoaAristotele, mwoqTeofrasto e mwogGaleno. Dovremmo, probabilmente, presumere con mwowAdolf von Harnack che Ippolito avrebbe fatto meno obiezioni se avessero studiato mwpaPlatone o gli mwpqStoici, e che questi provava antipatia per la loro mwpgesegesi puramente letterale che trascurava il senso mwpwallegorico. Questa setta emendò anche i testi delle Scritture, ma le loro versioni differivano l'una dall'altra: quella di Esclipedoto era diversa da quella di Teodoto e anche da quella di Ermofilo; addirittura, le copie di Apolloniade non coincidevano neanche l'una con l'altra. Alcuni di loro "negavano la legge ed i Profeti" e, come mwqaMarcione rifiutavano l'mwqqAntico Testamento. L'unico mwqgdiscepolo del conciatore di cui conosciamo qualcosa di definito è il suo omonimo Teodoto il banchiere (mwqwho trapezites). Egli aggiunse alla dottrina del suo maestro il concetto che mwraMelchisedech era una potenza celestiale: era il salvatore per gli angeli in cielo come Gesù Cristo lo era per gli uomini sulla terra (un concetto che si ritrova anche nella setta mwrqfrigia dei melchisedechiani). Questo insegnamento si basava chiaramente sulla mwrwLettera agli Ebrei, VII, 3 attribuita a mwsaPaolo di Tarso [Ebrei non è più riconosciuta di Paolo anche dalla Chiesa cattolica] e venne confutato a lungo da mwsqEpifanio di Salamina nell'Eresia 55, "Melchisedechiani", dopo aver attaccato il pellaio nell'Eresia 54, "Teodoziani". Poiché Epifanio si basava sul perduto "Syntagma contro tutte le eresie" di Ippolito, è probabile che alcuni scritti della setta gli fossero precedenti. Dopo la morte di Papa Vittore, Teodoto il banchiere, ed Esclipedoto progettarono di elevare la loro setta dalla posizione di semplice scuola, come quelle mwsggnostiche, al rango di Chiesa, come quella di Marcione. Essi trovarono credito presso un mwswconfessore chiamato Natalio, e lo persuasero ad essere il loro mwtavescovo per un salario di 150 mwtqmwtgdenarii al mese. Natalio divenne così il primo mwtwantipapa, ma, dopo che si fu unito a loro, fu frequentemente avvisato da visioni che Dio non voleva che i suoi martiri si disperdessero fuori dalla Chiesa. Egli trascurò le visioni, a causa dell'onore e del guadagno, ma infine fu tormentato per tutta la notte dagli angeli, cosicché la mattina in lacrime e con il capo cosparso di cenere si recò da mwuaPapa Zefirino. Qui si gettò ai piedi del mwuqclero e del mwuglaicato mostrando il suo pentimento e, dopo qualche difficoltà, fu riammesso alla comunione con il papa. Questa storia veniva citata da mwuwEusebio di Cesarea (VI, XXVIII) dal "Piccolo Labirinto" del contemporaneo Ippolito, un'opera composta contro mwvaArtemone, un defunto capo della setta (forse circa mwvq225-mwvg230), che non aveva menzionato nel mwvwSyntagma o nel mwwaPhilosophumena. L'attuale conoscenza di Artemone, o mwwqArtemas, si limita ai riferimenti su di lui fatti alla fine del Concilio di Antiochia contro mwwwPaolo di Samosata (circa mwxa266-mwxq268). In quell'occasione si disse che quell'eretico era stato discepolo di Artemone; infatti, l'insegnamento di Paolo altro non è se non uno sviluppo più dotto e teologico del Teodozianismo.

La setta probabilmente si estinse alla metà del III secolo. Tutte le conoscenze attualmente conseguite su essa derivano da Ippolito. Il monarchianismo di mwxwFotino di Sirmio sembra essere stato simile a quello dei Teodoziani. Tutte le speculazioni sull'origine delle teorie di Teodoto sono pura fantasia. In ogni caso non era connesso con gli mwyaebioniti. Anche gli mwyqalogi, a volte, venivano classificati come monarchiani. Richard Adebert Lipsius, nel mwygZur Quellenkritik des Epiphanius (Vienna, 1865), suppose che, in virtù del loro rifiuto del mwywLogos, fossero anche Filantropisti ed Epifanio, infatti, chiamava Teodoto "brandello degli alogi"; ma questa è solamente una supposizione non derivata da Ippolito. Come fatto certo, Epifanio assicurava (mwzqHaereses 51) che la cristologia degli alogi (ovvero di Gaio e del suo partito) era ortodossa.

Monarchianismo modale

I Monarchiani propriamente detti (modalisti) esasperavano l'unicità del Padre e del Figlio così da farne una sola Persona; in questo modo, le Persone della Trinità erano semplici energie o modi di apparire della Divinità: Dio Padre apparve sulla terra come Figlio; per questa ragione, ai loro oppositori sembrava che i monarchiani facessero patire e soffrire il Padre. Ad occidente furono chiamati Patripassiani, mentre ad oriente Sabelliani. Il primo di loro a visitare Roma, probabilmente, fu mwaaPrassea, che poco prima del mwaq206-mwag208 era attivo a mwawCartagine; tuttavia, questi non era, apparentemente, un eresiarca perché gli argomenti confutati, in seguito, da Tertulliano nell’mwbaAdversus Praxean erano, indubbiamente, propri dei monarchiani romani.

Storia

La dottrina modalista fu, probabilmente, elaborata da Noeto (da cui Noeziani), mwbwvescovo di mwcaSmirne (Epifanio, per un errore, sosteneva provenisse da mwcqEfeso). Secondo alcuni autori, tuttavia, il fondatore di questa setta fu Prassea, che fu oggetto di una feroce campagna denigratoria architettata da Tertulliano in quanto antimontanista. In ogni caso, Noeto scelse per sé il nome di mwcgMosè e per suo fratello quello di mwcwAronne. Quando venne accusato di insegnare che il Padre patì sulla croce, egli negò, ma, dopo che ebbe trovato alcuni discepoli, fu nuovamente interrogato, ed espulso dalla Chiesa (Assemblea di Smirne del mwda200). Morì poco dopo senza ricevere sepoltura cristiana. Ippolito lo sbeffeggiava sostenendo che fosse un seguace di mwdqEraclito poiché, in ossequio alla teoria dell'unione degli opposti, sosteneva che Dio è sia visibile che invisibile. Dopo la sua morte, giunsero a Roma sia Prassea che il suo discepolo Epigono. Essi furono ben accolti prima da mwdgPapa Vittore I e quindi da mwdwPapa Zefirino poiché i modalisti erano strenui oppositori dei montanisti, ma tale accoglienza fu funestata dalle ire di Tertulliano, simpatizzante di quel movimento, a cui avrebbe, in seguito (mwea207), aderito. Epigono non venne menzionato nel mweqSyntagma di Ippolito, che fu scritto prima del mweg205. Tale omissione potrebbe dipendere da due fattori: non era ben conosciuto in città, oppure ancora non era arrivato. In seguito, secondo Ippolito (mwewPhilosophumena, IX, 7), Cleomene, un seguace di Epigono, fu autorizzato da Papa Zefirino, che in cambio ricevette del denaro, a fondare una scuola che fiorì con la sua approvazione e con quella di mwfaPapa Callisto I. Forte di questa testimonianza, Hagemann sosteneva che si dovrebbe concludere che Cleomene non fosse affatto un noeziano, ma un oppositore ortodosso della teologia errata di Ippolito. Lo stesso scrittore fornì anche ragioni più ingegnose ed interessanti (sebbene non proprio convincenti) per identificare Prassea con Callisto: egli tentò di dimostrare che i monarchiani attaccati da Tertulliano nel mwfqContra Praxean e da Ippolito nel mwfgPhilosophumena seguivano identici dogmi, che non erano necessariamente eretici; negava che Tertulliano volesse intendere che Prassea venisse da Cartagine, e spiegava che l'anonimo refutatore di Prassea non era Tertulliano, ma Ippolito stesso. È vero che è facile immaginare che Tertulliano ed Ippolito avessero travisato le idee dei loro oppositori, ma non può essere provato che Cleomene non era un seguace dell'eretico Noeto, e che Sabellio non si formò alla sua scuola.

mwgaSabellio divenne presto il leader dei monarchiani di Roma, forse anche prima della morte di Zefirino (circa mwgq218). Epifanio affermava che Sabellio avesse sviluppato le sue idee leggendo il mwggVangelo greco degli Egiziani; i frammenti di quell'mwgwapocrifo suffragano l'ipotesi. Ippolito sperava di convertire Sabellio alle sue idee, ma fallì e attribuì il suo fallimento all'influenza di Callisto. Comunque, il papa mwhascomunica Sabellio intorno al mwhq220 ("temendomi", affermava Ippolito). Ippolito accusava ora Callisto di inventare una nuova eresia combinando le idee di Teodoto con quelle di Sabellio. Sabellio, probabilmente, era ancora a Roma quando Ippolito scrisse il mwhgPhilosophumena (tra il mwhw230 ed il mwia235). Delle sue vicende antecedenti e successive, nulla è conosciuto. mwiqSan Basilio Magno ed altri lo dicevano mwiglibico di mwiwPentapolis, ma questa affermazione sembra influenzata dal fatto che mwjaSan Dionisio di Alessandria, intorno al mwjq260, trovasse Pentapolis piena di Sabelliani. Sabellio (o almeno i suoi seguaci) amplificarono notevolmente il noezianismo originale. Nonostante le sue idee fossero condannate da un mwjgSinodo tenutosi a Roma nel mwjw262, il Sabellianismo sopravvisse fino al IV secolo. mwkaMarcello d'Ancyra sviluppò un proprio monarchianismo, che fu ulteriormente sviluppato dal suo discepolo mwkqFotino. mwkgPriscilliano era un monarchiano estremo, così come mwkwCommodiano (mwlaCarmen Apologeticum, 89, 277, 771). Peter Corssencite-ref-2[2] ed Ernst von Dobschützcite-ref-3[3] attribuirono i "Prologhi Monarchiani" ai mwnqVangeli, trovati nei più antichi manoscritti della mwngVulgata, ad un autore romano dei tempi di Callisto, ma, quasi certamente, essi erano opera di Priscilliano. Eusebio (H. E., VI 33) riportava, vagamente, che Berillo, vescovo di mwnwBostra, insegnasse che il Salvatore non aveva una sua distinta preesistenza prima dell'mwoaIncarnazione, e non aveva una Divinità propria, ma che la Divinità del Padre si era riversata in Lui. Nel mwoq244, mwogOrigene Adamantio si recò in mwowArabia Petrea per confutare le sue tesi convincendolo dell'errore. I particolari della disputa erano noti ad Eusebio. Non è chiaro se Berillo fosse un modalista o un dinamista, era comunque molto radicale. Le correnti monarchiane organizzate, comunque, si estinsero prima del mwpaV secolo a causa delle varie mwpqscomuniche che la mwpgChiesa aveva emesso nei loro confronti, ad opera di mwpwPapa Callisto I e di vari Concili tenutisi nel corso del mwqaIV secolo.

Teologia

La teologia trinitaria e la cristologia degli autori ortodossi preniceni erano molto insoddisfacenti. Il semplice insegnamento della tradizione veniva spiegato con idee filosofiche che tendevano contemporaneamente sia a renderla oscura sia a chiarirla. Si parlava così spesso della distinzione del Figlio dal Padre, che il Figlio sembrò avere funzioni sue proprie, diverse da quelle del Padre, così da essere un Dio derivato e secondario. L'unità della Divinità era comunemente riferita ad una unità originaria. Si sosteneva che Dio, nell'eternità, era solo con il Verbo, uno con Lui (come la Ragione, mwqwin vulca cordis, mwralogos endiathetos), prima che il Verbo fosse proferito (mwrqex ore Patris, mwrglogos prophorikos), o fosse generato e divenisse il Figlio. Solo gli Alessandrini insistevano sulla generazione del Figlio dall'eternità; ma così l'Unità di Dio era anche meno manifesta. I teologi potevano, così, insegnare espressamente la tradizionale Unità nella Trinità, ma ciò difficilmente coincideva con il Platonismo della loro filosofia: essi stavano difendendo la dottrina del mwrwmwsaLogos a svantaggio delle due dottrine fondamentali del Cristianesimo, l'Unità di Dio e la Divinità di Cristo. Sembrarono dividere l'Unità della Divinità in due o anche tre, e fare di Gesù Cristo qualcosa di inferiore al supremo Dio Padre. Questo è vero per i principali oppositori dei monarchiani, Tertulliano, Ippolito, e mwsqNovaziano. Il monarchianismo era la protesta contro questo dotto filosofare che, alla semplicità del fedele, sembrava troppo una mwsgmitologia o un mwswemanazionismo gnostico. I monarchiani dichiaravano enfaticamente che Dio è uno, completamente e perfettamente uno, e che Gesù Cristo è Dio, completamente e perfettamente Dio. Mentre è facile capire perché personaggi come Tertulliano ed Ippolito si opponessero a questo tipo di teologia (la loro protesta era contro il platonismo ereditato da mwtasan Giustino e dagli mwtqApologisti), è ugualmente comprensibile che i guardiani della Fede avessero dato, in un primo tempo, il benvenuto al ritorno dei monarchiani alla semplicità della Fede, "ne videantur deos dicere, neque rursum negare salvatoris deitatem" ("non sembra stiano asserendo due Dei o, d'altra parte, negando la Divinità del Salvatore." - Origene, "Su Tito" frag. II). Tertulliano nel confutarli ammetteva che gli ignoranti erano contro di lui: non potevano capire la parola magica mwtgoikonomia, con la quale pensava di aver chiarito la situazione. Essi dichiaravano che insegnava di due o tre Dei, e piangevano mwtwMonarchiam tenemus. Per questi motivi Callisto rimproverò Ippolito, e non senza ragione, per l'insegnamento dei due Dei.

Già San Giustino sapeva di Cristiani che insegnavano l'identità del Padre con il Figlio (mwuqApol., I, 63; mwugDial., CXXVIII). In mwuwHermas, come in Teodoto, il Figlio e lo Spirito Santo si confondevano. Ma furono Noeto e la sua scuola a negare categoricamente che l'unità della Divinità era compatibile con la distinzione in Persone. Consideravano il mwvaLogos un mero nome, o facoltà, o attributo, e fecero del Figlio e dello Spirito Santo semplici aspetti o modi di manifestarsi del Padre, identificando così Cristo con l'unico Dio. "Che danno sto facendo", fu la replica di Noeto ai presbiteri che lo interrogavano, "nel glorificare Cristo? " Loro risposero: "Anche noi, in verità, crediamo in un solo Dio; crediamo in Cristo; sappiamo anche che il Figlio soffrì come soffrì Lui, e anche che morì come morì Lui, e che il terzo giorno resuscitò, ed è alla destra del Padre, e verrà per giudicare i vivi ed i morti; e ciò che abbiamo imparato professiamo" (Ippolito, mwvqContra Noetum, 1). Così loro confutarono Noeto con la tradizione, attraverso il mwvgSimbolo degli apostoli. Una volta che il sistema monarchiano fu messo in forma filosofica, si vide che non corrispondeva al vecchio Cristianesimo. Furono messi in ridicolo; agli eretici fu detto che se il Padre ed il Figlio si identificassero realmente, allora nessuna loro obiezione potrebbe prevenire la conclusione che il Padre patì e morì. Ippolito narrava che Papa Zefirino, che dipingeva come un vecchio stolto, dichiarò, sull'esempio di Callisto: "Io conosco un Dio Gesù Cristo, ed oltre a Lui nessuno altro che nacque e che patì"; ma egli aggiunse: "Non il Padre morì, ma il Figlio". Il narratore è un fiero avversario del papa; ma si può capire perché l'anziano pontefice vedeva le semplici asserzioni di Sabellio sotto una luce favorevole. Ippolito dichiarava che Callisto disse che il Padre patì col Figlio, e Tertulliano dice lo stesso dei monarchiani che attaccava. Hagemann pensa che Callisto-Prassea attaccò specialmente la dottrina degli Apologisti, di Ippolito e di Tertulliano che assegnavano attributi come l'imperturbabilità e l'invisibilità al Padre e resero il solo Figlio capace di diventare visibile, attribuendogli la creazione e tutte le operazioni mwvwad extra. È vero che i monarchiani si opposero a questa platonizzazione generale, ma non è chiaro se avessero capito il principio che tutte le opere di Dio mwwaad extra sono comuni alle Tre Persone perché procedenti dalla Natura Divina; sembra, inoltre, che affermassero che Dio come Padre è invisibile ed impassibile, ma diviene visibile e passibile come Figlio. Questa spiegazione li portava curiosamente in linea con i loro avversari. Entrambi i partiti rappresentavano Dio come uno e solo nella Sua eternità. Ambedue resero uno sviluppo susseguente la generazione del Figlio; solamente Tertulliano ed Ippolito datano l'evento prima della creazione, ed i monarchiani forse non prima dell'Incarnazione. Inoltre, la loro identificazione del Padre e del Figlio non era congeniale con una giusta interpretazione dell'Incarnazione. L'insistenza sull'unità di Dio enfatizzò maggiormente la distanza tra Dio e l'uomo. Essi parlavano del Padre come "Spirito" e del Figlio come "carne", ed è poco sorprendente che il simile monarchianismo di Marcello si sia sviluppato nel teodozianismo di Fotino.

Per quanto riguarda le prospettive filosofiche di Sabellio, è quasi impossibile capire la loro genesi. Hagemann riteneva che fosse partito dal sistema stoico come i suoi avversari fecero dal platonico. Harnack forniva ipotesi troppo fantasiose. Di lui si sa solo che sosteneva che il Figlio era il Padre (così riferivano Novaziano, "De. Trin." 12, e mwwgPapa Dionisio). mwwwSant'Atanasio di Alessandria narrava come sostenesse che il Padre è il Figlio ed il Figlio è il Padre, una mwxahypostasis e due nomi. mwxqTeodoreto di Cirro riportava che parlò di una mwxghypostasis e di tre mwxwprosopa; mwyaSan Basilio Magno affermava che ammetteva volentieri tre mwyqprosopa in una mwyghypostasis. La famosa formulazione di Tertulliano diceva, mwywtres personae, una substantia (tre persone, una sostanza), ma Sabellio sembra intendesse "tre maniere o caratteri di una persona". Il Padre è la mwzaMonade, della quale il Figlio è un qualche genere di manifestazione: il Padre è, di per sé, silenzioso e inattivo (mwzqsiopon, mwzghanenerletos); parla, crea e opera come Figlio (Atanasio, 1. c., 11). Ecco nuovamente un parallelo con l'insegnamento degli Apologisti sulla Parola come Ragione e la Parola parlata: solo l'ultima è chiamata Figlio. Sembrerebbe che la differenza tra la dottrina Sabellio e quella dei suoi oppositori consistesse principalmente nel suo insistere sull'unità dellmwzw'mw0ahypostasis dopo l'emissione della Parola come Figlio. Sul pensiero di Sabellio esistono pochi testi e non consta che lasciò scritti propri. Ad ogni buon conto, egli sosteneva che le tre forme della Divinità corrispondevano ai vari modi in cui si manifestava nelle varie parti del racconto mw0qbiblico:

• il Padre che crea il mondo nell'mw1aAntico Testamento;
• il Figlio che si incarna come descritto nei mw1gVangeli;
• lo mw2aSpirito Santo che nella mw2qPentecoste illumina gli mw2gApostoli.

Questa coesistenza di tre nomi in un'unica persona veniva spiegata da Sabellio con l'esempio del mw3asole: esso è composto di mw3qluce, mw3gcalore e mw3winflusso astrologico, tre attributi non separabili perché parte di un'unica entità. Come conseguenza di questo ragionamento, anche Sabellio traeva conclusioni patripassiane: il Padre, in realtà, si era incarnato, aveva vissuto e patito la Passione.

Il monarchianismo fu combattuto sia da Origene che da mw4qDionisio di Alessandria. Nel IV secolo gli mw4gariani ed i mw4wsemi-ariani si dichiaravano molto preoccupati da quest'eresia. I mw5aPadri del IV secolo (come, ad esempio, mw5qSan Gregorio di Nissa, mw5gContra Sabellium, ed. mw5wAngelo Mai) si scontrarono con una forma di monarchianismo più sviluppata di quello nota ad Ippolito (mw6aContra Noetum e mw6qPhilosophumena) e, attraverso di lui, ad Epifanio: il completamento della creazione consiste nel ritorno del Logos dall'umanità di Cristo al Padre, cosicché l'unità originaria della Natura Divina è, dopo tutto, stata temporaneamente compromessa, e solo alla fine sarà ripristinata.

Note

cite-note-11. mw8aAdversus Praxean, x.
cite-note-22. mw9aMonarchianische Prologe zu den vier Evangelien, Leipzig, 1897.
cite-note-33. "A Hitherto Unpublished Prologue to the Acts of the Apostles (probably by Theodore of Mopsuestia)", mw-aAmerican Journal of Theology, 2, 1898, pp. 358–387.

Bibliografia

Fonti

Le quattro principali fonti originali per l'antico monarchianismo di tipo modalista sono: mw-qIppolito di Roma, mw-gContra Noetum (frammenti), mw-wTertulliano, mwaqaAdversus Praxean, Pseudo-Ippolito, mwaqeRefutatio omnium haeresium e mwaqiNovaziano mwaqmDe Trinitate. I perduti mwaqqContra Noetum e mwaquSyntagma furono usati da Epifanio per l'eresia 57 (Noeziani), ma le fonti dell'eresia 62 (Sabelliani) sono meno certe. I riferimenti di Origene, Novaziano, e dei Padri successivi sono piuttosto indefiniti.

Studi

• mwaqoCatholic Encyclopedia, Volume X mwaqsNew York 1911, Robert Appleton Company. mwaqwNihil obstat, 1º ottobre 1911. Remy Lafort, S.T.D., Censor. mwaq0Imprimatur +mwaq4Cardinale mwaq8John Murphy Farley, mwaraArcivescovo di New York.
• Gustave Bardy, "Monarchianisme", in mwariDictionnaire de Théologie Catholique, 1927, Vol. 10.2, colonne 2193–2209.
• Raniero Cantalamessa, "Prassea e l'eresia monarchiana", mwarqLa Scuola Cattolica 60, 1962, pp.mwaru 28–50.
• Adolf von Harnack, mwarcLehrbuch der Dogmengeschichte, vol. 1 (Freiburg: Mohr, 1886), pp.mwarg 556–662.(Adolf von Harnack, mwarkHistory of Dogma, vol. 3, Boston: Little, Brown, and Company, 1907, pp.mwaro 1–118)
• Gabino Uríbarri Bilbao, mwarwMonarquía y Trinidad: El concepto teológico “monarchia” en la controversia “monarquiana,” Publicaciones de la Universidad Pontificia Comillas Madrid, UPCO 1996.
• Stephen E. Waers, mwar4Monarchianism and Origen’s Early Trinitarian Theology, Leiden, Brill 2022.

Voci correlate
Collegamenti esterni

• citerefbritannica-com(EN) Monarchianism, su Enciclopedia Britannica, Encyclopædia Britannica, Inc.